LEGALITA’ VS. NORMALITA’ di Antonio Salvati

Madreterra Magazine Palmi

La città LEGO

LEGALITA' VS. NORMALITA'

di Antonio Salvati

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Ho sempre avuto un rapporto strano con il concetto di legalità.
Come magistrato, parlarne e confrontarmi con la società civile sul suo significato è un vero e proprio dovere: e, per questo, ringrazio gli amici di Madreterra per l’invito a scriverne di tanto in tanto, spero senza annoiare.
Come cittadino, però, sono molto preoccupato per questa necessità continua e urgente di farlo: e lo sono ancora di più come cittadino che vive in Calabria ormai da oltre vent’anni.
Perché, per come la vedo io, si parla tanto – si deve parlare tanto – di ciò che non si conosce, o si dovrebbe conoscere meglio.

Invece, per me, la legalità non è – non dovrebbe essere – un valore da conoscere, da conquistare.
E’ – dovrebbe essere – un dato di fatto ovvio. Una precondizione, un elemento indispensabile ma scontato: come l’ossigeno che respiriamo. E’ semmai il suo contrario, l’illegalità, che dovrebbe essere l’eccezione da studiare e prevenire, e poi punire.

Quando mi chiedono di descrivere con un’immagine la legalità, ricorro sempre allo stesso esempio: una città di mattoncini. Quelle fatte con i Lego, lo ricorderete: casette tutte uguali, con i colori squillanti, gli alberelli nel parco, gli incroci precisi e regolari, il traffico quieto delle macchinine, l’ospedale, la scuola con i bambini che attraversano in fila con la maestra sulle strisce pedonali, il municipio, il tribunale, i negozi e così via.

Ecco, tutto quell’ordine e la serenità che da questo promana sono frutto, a ben vedere, proprio del rispetto delle regole. Di quei precetti che noi, riunendoci in comunità, abbiamo deciso di darci.
Basta che uno costruisca come gli pare, oppure lasci a metà la casetta, o ancora non rispetti gli incroci oppure corra a cento all’ora dove ci sono le strisce pedonali, e il miracolo svanisce. La bellezza non c’è più, e neppure la quiete. E si vive male.
Ecco perché al concetto di legalità io preferisco, nel mio intimo, quello di normalità.

Può sembrare solo un artificio retorico, ma secondo me non è così.

Il limite che io percepisco nel concetto di legalità, per come viene (quasi) sempre inteso, è che declinato in questo modo appare un qualcosa di estraneo, di lontano. Di freddo. Un obiettivo che si delinea là, all’orizzonte, e che dobbiamo raggiungere con un lungo e faticoso cammino fatto soprattutto di rinunce a libertà individuali.
Non è così. Non è affatto così.
La capacità di un meridionale, di un calabrese, di un palmese di “vivere la legalità” non è inferiore a quella di un trentino o, addirittura, di un tedesco o di un inglese. Non deve essere “educata”.
E’ una semplice questione di regole: si rispettano, o non si rispettano. Tutto qui. Com’è ovunque.
Nel primo caso, vinciamo tutti. Nel secondo, anche se chi viola la legge viene punito, perdiamo tutti lo stesso: specie se a non rispettare la legge sono in tanti, troppi.

Di sicuro – non possiamo certo nasconderci – questi fenomeni al Sud, e in Calabria, hanno un’incidenza quantitativamente maggiore: e questo, per tutta una serie di cause, anche e soprattutto storiche, sulle quali è giusto interrogarsi ma anche tanto complicato intervenire.
Non si tratta però di una mutazione genetica, o di una diversità antropologica. Niente che sia scritto nel nostro DNA.
E’ solo una questione di sommatoria di scelte individuali, e di numeri.

Ecco perché trattare la legalità come un valore formale significa sminuirla, e per certi versi ridurla a un feticcio che si isterilisce e che produce essa stessa sterilità: come, ad esempio, quando mi chiedono se il Festival Nazionale di Diritto e Letteratura, che Palmi organizza dal 2014, è un evento “di legalità”. Oppure, peggio, quando lo danno addirittura per scontato.
Perché per tanti, per troppi, un evento culturale che si tiene in Calabria deve per forza avere a che fare con la “legalità”: e questo, anche se si parla di libri, di romanzi, di musica, d’arte. Come in ogni altra manifestazione del genere.
E’ dunque sbagliato parlare di legalità?

Ovviamente no, ma bisogna fare attenzione a come lo si fa, specie con i giovani. A come si dipinge il contesto in cui se ne analizza il contenuto. Perché se in una terra tutto è – più o meno – illegale, come troppo spesso impone una certa lettura anche dei mezzi di informazione, è illegale anche la speranza.
E’ per questo che, secondo me, bisogna far passare un messaggio diverso: la legalità come condizione ovvia e necessaria per ottenere quel che desideriamo: la serenità, la bellezza e, soprattutto – appunto – la normalità.
Nella normalità c’è tutto: la legalità, certo, ma prima d’ogni altra cosa il rispetto dell’altro, e quindi di noi stessi. Perché ricordiamolo: noi siamo sempre l’altro, anche se spesso fingiamo di non saperlo.
Decidere di chiedere i giusti permessi prima di costruire oppure non sversare a mare liquami e rifiuti – e qui la criminalità organizzata, fatemelo dire, non c’entra niente, e non la si può prendere a giustificazione come pure ogni tanto qualcuno prova a fare – significa semplicemente rispettare quel che siamo, quel che meritiamo di essere.

E questo, prima ancora di dover ricorrere all’Apologia di Socrate per ripetere che le leggi vanno sempre rispettate. Anzi: se passa questo concetto, di Platone non abbiamo più bisogno. Perché rispettare se stessi è – dovrebbe essere – normale, appunto.
E’ la normalità, quindi, che auguro a questa terra.
Anzi, è di normalità che di questa terra ha infinito bisogno: a partire dal primo, fondamentale diritto. Quello alla salute. Non è un caso, infatti, che in quella piccola città ideale che ho descritto poco fa, l’ospedale era il primo degli edifici pubblici.
Brecht fa dire al suo Galileo che è sventurata assai la terra che ha bisogno di eroi. Aveva ragione, e non conosceva la Calabria.
Una terra speciale, che non riesce sempre ad essere normale.

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